venerdì 18 aprile 2014

Il canarino giallo: Jan Jongbloed

"In partite del genere l'emozione era immensa. Ricordo che a Milano effettuai un intervento spettacolare e mentre ero proteso in tuffo ebbi la sensazione che avrei potuto fluttuare a mezz'aria in eterno se solo avessi voluto. La percezione estrema del concetto di libertà: questo è ciò che mi ha regalato il ruolo di portiere. Non esiste nulla di meglio al mondo" - Jan Jongbloed   

 Nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, il 25 novembre del 1940 nasce un canarino ad Amsterdam. Il suo nome è Jan Jongbloed e scriverà la storia degli estremi difensori celebri nel mondo del pallone. Antieroe per definizione Jan Jongbloed diviene professionista fra l'ilarità generale alla veneranda età di 34 anni, quando Rinus Michels lo chiama al telefono e gli comunica che sarà il terzo portiere degli Oranje per il mondiale del '74. Jongbloed sino a prima giocava a calcio nella squadra sfigata di Amsterdam, quei scanzonati ragazzi dell'FC Amsterdam, per arrotondare lo stipendio da tabaccaio. Rimase a dir poco sorpreso della chiamata del c.t. Michels, ma non sarebbe stata la sua prima esperienza con la casacca arancione. Jongbloed entrò in un campo in una infausta uscita della nazionale Oranje contro la Danimarca nel 1962, da lì Jongbloed non avrebbe più visto il colore arancione fino ai mondiali del 74'. Dodici anni sono un enormità per il pazzo ambiente del pallone, ma il caso la fa da padrona e grazie alle intemperie di JC 14, che si imputò affinché venisse chiamato quel strano ed anziano portiere che si destreggiava alla grande con i piedi. "Mi porterò una canna da pesca per ammazzare il tempo" borbottò Jongbloed dopo la chiamata di Michels. Si scolò un paio di birre e si mise nell'ordine delle idee che giugno lo avrebbe passato inoperosamente in Germania. Il destino, la provvidenza manzoniana, o a chi volete credere sceglie Jongbloed: Piet Schrijvers e Jan Van Beveren non convincono il tecnico Michels. Il commissario tecnico desiderava un estremo difensore abile con i piedi, visto il rivoluzionario modulo degli olandesi che stupì tutti negli anni 70'. Immagino Jongbloed con un sigaro in bocca che reagisce malamente alla notizia che quei mondiali li giocherà da titolare. "La mia tabaccheria e la pesca? Non ho tempo per giocare un mondiale!". Questo lo dico io, ma mi piace pensare che quei campionati del mondo non avesse una gran voglia di giocarli, nonostante tutto. Jongbloed sfiorò la vittoria storica per gli olandesi, subì 3 reti: autogoal, penalty e la storica girata di Gerd Müller. Germania sul tetto del mondo ed olandesi con la coda fra le gambe. Nei Paesi Bassi ci si chiede ancora se quella girata fosse parabile da un portiere più reattivo, ma ormai l'arbitro ha fischiato e la Coppa del Mondo è in mano ai teutonici.

Un istante prima del 2-1 dei tedeschi

Perché ad inizio articolo l'ho denominato canarino? Semplice: la sua divisa giallo limone con il numero 8 sulle spalle (ricordo che quell'Olanda dava i numeri in ordine alfabetico e non in base al ruolo, a parte Cruijff ovviamente...). Jongbloed giocava con le ginocchiere da pallavolista e non sapeva parare. Come non sapeva parare? No, non sapeva parare, non si buttava mai o quasi, ma era abilissimo negli interventi con i piedi. Jongbloed ha inventato un'antiestetica generazione di portieri ai quali, fra i più celebri, si unirà Garella Claudio, che vincerà uno storico scudetto con l'Hellas Verona. 
"Gioco senza guanti perché con questi ho poca presa" così Jongbloed commenta il suo odio verso qualunque tipo di guanto o protezione a livello delle mani. Si narra che in un match provò ad infilarsi dei guanti di lana da donna come i suoi colleghi inglesi, ma dopo un paio di parate il pregevole guanto era ridotto in mille brandelli. 


Jongbloed e le sue proverbiali ginocchiere
Jongbloed giocherà a pallone dal 1959 sino al 1986, quando alla veneranda età di 46 anni dovrà appendere gli scarpini al chiodo per un principio di infarto accorso durante un allenamento con il G.A. Eagles. Si leverà una miriade di soddisfazioni con le aquile di Denventer, dimostrando di non essere un fenomeno da circo, ma bensì un atleta un po' stagionato. Sì, atleta... Diciamo che Jongbloed non si faceva mancare mai una birra dopo l'allenamento. Nella coppa Uefa del 75' si levò la soddisfazione di battere l'Inter di Boninsegna a San Siro per 2-1 e successivamente il Fortuna Dusserdolf, grazie anche ai suoi grandi interventi. Jongbloed collezionerà 707 presenze con squadre di club e 24 presenze con la nazionale Oranje, risultando il portiere olandese meno battuto nelle Coppe del Mondo. Jongbloed però dovrà subire dispiaceri ben maggiori, quali perdere un'altra finale nel 78' contro l'Argentina in un ambiente a dir poco ostile, ma sopratutto perdere un figlio in circostanze tragiche. Il ragazzo è stato colto da un fulmine durante una partita di calcio all'età di 21 anni. Jongbloed cambierà una dozzina di lavori dopo il suo ritiro, attualmente collabora part-time per il Vitesse come scout. 


Arie Haan, Jan Jongbloed e Johan Cruijff

Jongbloed rappresenta una generazione di antieroi, sgraziato nei movimenti, dal futuro mediocre, si è proiettato in una dimensione totalmente differente. Dalla sua tabaccheria di Amsterdam, dagli allenamenti dopo il lavoro e le birre al pub con i compagni di squadra, ad una doppia finale mondiale. Jongbloed estremo difensore di una delle squadre più forti che il mondo del calcio abbia mai visto giocare, ingranaggio scatenato ed imprevedibile in un sistema estremamente collaudato. Follia e fortuna che solcano la storia di questo fantastico sport.

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Grazie ad Alec Cordolcini da qui traggo spesso spunto per le mie storie. Ti dedico questo pezzo.

martedì 24 dicembre 2013

Una birra a St. Pauli. Pirati e cattivi odori come genesi di un quartiere unico

"Sull'orlo di una strada una gara di follia contro il sipario amaro della xenofobia canti d'agonismo e di emozioni da spartir, di cori lastricati di coscienza e d'avvenir." 
Così recitano i Talco, gruppo ska italiano, in onore di St. Pauli. 

Il quartiere di St. Pauli si sviluppa con la denominazione di “Hamburger Berg”, ossia monte di Amburgo, intorno al XVII secolo. “Hamburger Berg” si trova al di fuori delle mura della città di Amburgo, ad ovest del centro cittadino affacciato sul fiume Elba. Il monte attiguo al suddetto distretto fu usato per motivi militari grazie alla sua posizione strategica. Superati i conflitti, la pre-industrializzazione si diffuse nella Germania settentrionale e anche il fiorente porto di Amburgo venne coinvolto in questo processo di crescita economica ed industriale. Ben presto ogni tipo di attività pre-industriale e commerciale venne bandita dal porto di Amburgo e venne relegata nel quartiere di “Hamburger Berg” a causa dell’inquinamento acustico e i cattivi odori che queste attività portavano. Curiosamente la via più famosa del quartiere e tuttora esistente si chiama “Reeperbahn” ossia “via dei cordai”, questo perché “Hamburger Berg” pullulava di fabbricanti di corde, questo genere di produzione, soprattutto destinata ad un ambito navale, era largamente diffusa nella Germania settentrionale. Alla fine del XVII secolo, una volta spostate il lazzaretto e le industrie più pestilenti e maleodoranti, il distretto viene denominato St.Pauli in onore della chiesa edificata nel quartiere. Il risvolto più importante però risiede nel fatto che il distretto protoindustriale di St. Pauli divenne abitabile, con risvolti sociologici interessanti che andremo ad affrontare.

La celebre "Via dei Cordai"
St. Pauli si evolse nel tipico quartiere dove pirati e banditi si accasavano momentaneamente prima di riprendere la navigazione, essendo Amburgo uno dei più grandi porti europei di quel tempo. Inquinamento, cattivi odori, rumori alienanti divennero solo il principio dei problemi per gli abitanti di St. Pauli; la prostituzione si diffuse come una delle maggiori attrattive per i pirati e marinai. Il quartiere divenne così invivibile e di difficile gestione. Sino a qui la faccenda non ha nulla di esaltante, ma la nostra storia comincia ad essere accattivante nel ‘900. In seguito al doppio conflitto mondiale che ha prostrato l’intera Europa, nella Germania sconfitta nel animo, sul campo ed a livello ideologico la ripresa fu lenta e travagliata. Nella fattispecie nel settentrione ove depressione economica e di valori si fece sentire più che in altre zone. Inutile dire che un quartiere come quello di St. Pauli ne fece le spese sin dal primo dopo guerra. A metà degli anni 60’ straordinariamente “Hamburger Berg” si affermò come centro di crescita e diffusione musicale, i Beatles vi suonarono prima di divenire famosi ed altri artisti fecero le prime apparizioni. Negli anni 80’, nel bel mezzo della guerra fredda, St. Pauli si trasformò uno degli epicentri del comunismo tedesco, aldilà della scelta politica, mutò in un quartiere avverso a qualsiasi tipo di sistema, dove l’anarchia paradossalmente regnava. Questa scelta ideologica e l’essere lo snodo principale della diffusione della cultura punk nella Germania Ovest divennero un vero e proprio fenomeno sociologico con risvolti davvero interessanti, quasi dal far trasformare St. Pauli in un isola di anarchia e dissoluzione.
Stemma della polisportiva St. Pauli
Nella follia più generale nacque il Fußball-Club St. Pauli von 1910, polisportiva in cui figurava una squadra di calcio. Gli inizi del club non furono decisamente esaltanti una spola fra massima divisione e la serie cadetta marcò le prime esperienze della compagine dei pirati. Una sola emozione nel primo dopo guerra: nel 1931 la squadra arrivò agli ottavi del campionato tedesco, ma la sua corsa verso il titolo si fermò tragicamente lì. La storia calcistica del St. Pauli rispecchia quella del suo quartiere, nacquero le prime rivalità con l’Amburgo e la permanenza nella Bundesliga, istituita negli anni 60’, non fu mai duratura e ricca di soddisfazioni. Il St. Pauli navigava nelle morenti acque della Regionaliga. I soldi scarseggiano e nel 1983 il St.Pauli fu retrocesso nella Oberliga Nord, serie inferiore alla Regionaliga, per mancanza di fondi.  La società seguendo di pari passo la storia del proprio quartiere, si trasferì nella "via dei cordai" nel Millerntor-Stadion. Il club da tradizionale divenne anticonformista, divenne proprio un simbolo di ciò che rappresentava, ossia le prostitute di Reeperbahn, dell’anarchia e la connotazione "anti-sistema" dei propri cittadini. Questa peculiarità rese la compagine davvero celebre in tutta Europa. L’adozione della Jolly Roger dai tifosi del St. Pauli divenne un cult, tifoserie organizzate come quella della “18auf12” si diffusero in tutta la Germania per supportare il piccolo club di “Hamburger Berg”. Il momento di celebrità il St.Pauli lo vive nei primi anni 2000 culminato con la promozione in Bundesliga nel 2010. La stagione successiva capitolata in una scontata retrocessione in Zweite Liga regala ai “Kiezkicker” uno delle più grandi soddisfazioni possibili: battere i rivali dell’Amburgo per la seconda volta nella loro storia. Attualmente il St. Pauli ristagna nella Zweite Liga. Diverse sono le affiliazioni con altri club, come il Celtic Glasgow. Le rivalità più sentite sono quella con l'Amburgo e l'Hansa Rostock, focolare fra i suoi supporters del neo-nazismo. 

La tifoseria del St. Pauli

La storia del club è avara di successi, ma ciò che contraddistingue questo club è l’avversione al sistema. La classifica è relativa e i punti accumulati sono secondari, chi milita nel St. Pauli deve accettare le ideologie del St. Pauli. In primo piano vi è l’affezione al club, il cuore con cui ogni uomo, prima che giocatore, è disposto a mettere in gioco sul campo da calcio. Questo gli fa sicuramente onore, ma come riescono questi scalmanati ragazzi a finanziarsi, quale società sponsorizzerebbe un club del genere? La risposta: non molte. Il club si autofinanzia con una sapiente gestione del marketing. Il merchandising, supportato dalla storia del quartiere, riesce a sostenere le gravose spese nel gestire ed organizzare un club di questa importanza. In ogni angolo del mondo si trova una persona con una maglia dei “marronibianchi” o con una maglia della Jolly Roger acquistata in quel di St. Pauli. Merchandising è questa la fonte di sostentamento, oltre alla nascita di diverse associazioni e branch che aiutano il club con donazioni e raccolte fondi. Ecco come pirati ispirati dalla musica   punk abbiano creato un club capace di autofinanziarsi e barcamenarsi in questo calcio moderno gestito da sceicchi. Questo è St. Pauli. 

venerdì 20 settembre 2013

La "Working Class" del calcio: Richard Butcher

Il calendario segna il 21 gennaio del 1981 quando a Northampton, città dell’East Midlands, regione dell’Inghilterra, nasce Richard Butcher. Il nostro Richard cresce con il pallone sotto braccio e con una certa predisposizione a tirare sassate dalla distanza. Il Northampton Town F.C. nota questo centrocampista centrale di buone speranze, con dei piedi educati per la categoria e una pregevole visione di gioco. È il 1999 quando Butcher intasca il suo primo salario da professionista vestendo la maglia dei “The Cobblers”, il giovane però non trova lo spazio sperato e non esordirà durante la stagione. 

L'invitante quanto essenziale cartello di benvenuto della città di Northampton
Il Northampton F.C. lo vende dopo il deludente campionato al Rushden & Diamonds F.C. , anche qui Richard non scende mai in campo. È il 2001 e la carriera di Butcher non ha ancora preso forma, ormai ha 20 anni e il sogno di giocare in Premier sta per svanire, visto che si ritrova a marcire su panchine di legno da quattro soldi in stadi di periferia, Richard vuole di più, Richard merita di più. 

Nel 2002 finisce nella Conference National, la prima lega dilettantistica inglese, fra le fila del Kettering Town, 44 presenze e 13 reti il computo di fine stagione. La sua esperienza positiva con i “Poppies” lo mette in luce e squadre più “blasonate” lo cercano. Il Lincoln City lo ingaggia e con i “The Imps” disputa 3 ottime stagioni coronate con vari playoff, sfortunatamente mai culminati con la promozione nella prima lega professionistica, l’attuale Sky Bet League 2. Richard però compie un grande passo e l’Oldham Athlethic punta su di lui, i “Latics” giocano nPower League 1, perciò per il centrocampista dell’East Midlands è un ottima occasione per dimostrare quanto vale, Butcher gioca 36 partite con 4 reti. 

Il presidente del Lincoln City
Curiosità, per chi tifa Paul Scholes? La risposta non è United, bensì Oldham Athletic. Il perché di questa curiosità mi turba non poco, ma credo che i gufi di Oldham, cittadina molto vicina a Manchester, tengano in ostaggio la moglie del centrocampista dei Red Devils. È impossibile tifare Oldham spontaneamente, chi tiferebbe una squadra che porta l’effige di un rapace notturno? I tifosi dello Sheffield Wednsday certp, gli stessi tifosi che cantano “Hi – Ho Sheffield”, stolti ubriaconi, che vadano a tifare una squadra seria tipo il Morecambe F.C. (la suddetta squadra ha un affascinante gambero come stemma).  
Lo scudetto del Morecambe è stato giudicato dalla Federcalcio Inglese così orribile da non permettere la sua visione ai bambini, tanto che i tifosi dei "Gamberi" sono solo un paio di 60enni con la sindrome di Alzheimer che credono di tifare il Nottingham Forest dell'era Clough 

Nel 2006 viene rispedito in prestito al Lincoln City, poi nel 2007 ceduto al Peterborough United dove ritrova il suo vecchio tecnico Keith Alexander che lo allenò nella prima esperienza con il Lincoln.
Richard Butcher
Le stagioni successive Butcher le spende alla corte del Notts County per poi ritornare per la sedicesima volta al Lincoln City, dicono che ci siano delle belle donne lì ed un buon whisky, forse è questa una delle motivazioni alla base della decisione del buon Rick. Nel 2010 passa al Macclesfield in prestito, gioca pochissimo con i “The Silkmen” solo 7 partite, ma viene acquistato a titolo definitivo nella stagione seguente. 

A proposito di stemmi comprati alla Lidl: il leone dei puffi con Woodstock di Snoopy fra gli artigli, ci vorrebbe un altro Vietnam per disegnatori di stemmi così incoscienti 


Nel mattino del 9 gennaio 2011, Richard viene trovato esanime nella sua casa di Swinton. La moglie comunica la notizia a Keith Alexander, vecchia conoscenza di Rick e suo attuale allenatore al Macclesfield. Dopo sei mesi si scopre la causa della morte del 29enne: aritmia, un fulmine a ciel sereno che porta via Richard Butcher, umile centrocampista dai piedi buoni. Richard se ne va così, da lottatore, quale è sempre stato. Il Macclesfield Town ritirerà la sua maglia numero 21, nessuno la potrà più vestire, nemmeno se arriva Pirlo, ma Pirlo è sempre eletto uomo partita Sky anche se sbaglia qualunque pallone, nello Chesire non frega a nessuno chi è Pirlo, loro hanno Butcher, Richard Butcher, il ragazzo dai piedi buoni di Northampton. 


Rest in Peace Richard Butcher ( 1981 - 2011 )




domenica 8 settembre 2013

Guerra civile, uranio impoverito e birra di basso rango. Strappi di Croazia - Serbia

Nei primi anni 90’ era decisamente poco consigliabile progettare una vacanza estiva “low cost” nella costa balcanica. La guerra civile stava dilaniando la Repubblica Federale Socialista Jugoslava. Il conflitto si è protratto dal 1991 sino al 1995. Il risultato di queste cruente guerre secessionistiche ha portato alla nascita di nuove nazioni quali la Slovenia, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia-Montenegro e la Croazia. Le motivazioni dietro questo conflitto sono molteplici e risapute: economiche, etniche e religiose. Finita la guerra, ricucite le cicatrici di un conflitto così dilaniante, che porta ancora delle ferite scoperte tutt’oggi. Rivalità e attriti mai sopiti che si trascinano nella vita quotidiana, odio profondo che si trasferisce nello sport, nella fattispecie nel calcio.


La fila per accaparrarsi l'ombrellone migliore


Le prime avvisaglie di quella rivalità divennero concrete nel 1990 quando la Stella Rossa di Belgrado dovette affrontare la Dinamo Zagabria, quella partita al “Maksimir” non fu mai giocata. La polizia serba caricò i tifosi croati, Boban, all’epoca giovane promessa sferrò un calcio ad un poliziotto, reo di aver picchiato selvaggiamente un tifoso croato. Boban non fu convocato per i mondiali italiani del 90’ per punizione, oltre ad una squalifica di 6 mesi. Durante quel match figurava fra i tifosi serbi anche la tigre di Arkan, Željko Ražnatović.


L'aitante moglie della "Tigre di Arkan"

Nel 1999 per la prima volta si affrontavano Croazia e Serbia, o per meglio dire quello che ne rimaneva della ex repubblica socialista. La partita fu molto dura, come ci si poteva aspettare, gli scontri in campo non mancavano, ma ci fu un po’ di amore anche: Mirkovic si permise di afferrare con molta veemenza gli attributi del croato Jarni. Il direttore di gara espulse il serbo, l’omosessualità ai tempi non era ancora tollerata. Non c’è spazio per la passione sul rettangolo di gioco. Alla fine della partita le tibie rotte si contavano con il pallottoliere, inutile dire che il terzo tempo si è tenuto in un ospedale da campo con una cospicua dose di poliziotti a sorvegliare le tende dei giocatori. Protagonisti assoluti di quel match furono Boban fra le fila dei biancorossi e Mihajlovic tra i serbi. Giocatori che scriveranno la storia del calcio italiano degli anni 90’ e primi anni del 2000. Testimone che nonostante tutto il calcio balcanico sfornava e sforna ottimi talenti, fra le mille difficoltà del caso. Zvonimir e Siniša leader in campo e fuori, leoni di due differenti branchi, generali di due diverse armate. Croazia – Serbia non è solo una partita di calcio, è un proseguo della guerra civile. Lo stesso Mihajlovic dichiarò di non aver mai sentito così tanto una partita, il match più importante della sua carriera.

Le sfide fra queste due nazioni sono sempre uno spettacolo per gli appassionati di wrestling ed una manna per le aziende di stampelle e bende. Nelle repubbliche dei balcani tutti stentano ad arrivare a fine mese, ma i farmacisti e rivenditori di bende navigano nel lusso. Gli stessi ambulanti hanno deciso di dare un taglio alla vendita delle magliette e gettarsi a capofitto nella rivendita di antidolorifici. Una mossa sicuramente astuta.

Il kit messo in vendita dagli ambulanti, 10€ per non correre il rischio di perdere una gamba


Nell’ultima sfida fra Serbia e Croazia giocatasi lo scorso 6 settembre per la qualificazione ai mondiali in Brasile (Vi starete chiedendo quanto è beffarda la sorte ad accoppiare queste due nazioni “poco amiche” in un girone di qualificazione) l’onorificenza di MOM (Man of the match) se la è guadagnata un centrale difensivo con due ferri da stiro al posto dei piedi che risponde al nome di Josip Simunic. Il premio è stato conquistato con successo dopo un intervento da kickboxing ai danni del malcapitato Sulejmani (Segue il video della pregevole azione). Inutile dire che il difensore ha guadagnato anzi
tempo gli spogliatoi, dove lo aspettava una tremenda bottiglia da 2 lt. di birra (rigorosamente in plastica e di scarsa qualità, come è tradizione nella ex Jugoslavia) come commiato dalla Federazione Calcistica Croata per aver tentato di trucidare un dissidente serbo con il solo uso della forza bruta. La partita è terminata 1-1, la Serbia è 3° dietro di 9 lunghezza dai rivali croati che si leccano baffi dopo aver cenato con lo stinco di Sulejmani.  




Questa rivalità, che per radici storiche, è una delle più aspre nel mondo del calcio difficilmente scomparirà. Due nazione che portano in grembo un odio reciproco così profondo e marcato non potranno mai dimenticare gli orrori della guerra, il calcio è una valvola di sfogo, in questo caso una guerra patentata. Fino a 20 anni fa ci si fronteggiava con l'uranio impoverito, ora con il pallone. Non c'è da sorprendersi se le due compagini non si troveranno mai al bar per una birra, nemmeno per una bottiglia di Lasko da 2 lt. , ovviamente rigorosamente in plastica di scarsa consistenza.


Probabilmente uno dei crimini di guerra più grandi

domenica 1 settembre 2013

Ranking: il terzo posto è lontano, ma l'Italia sorride


Andiamo oggi a trattare un argomento che sta molto a cuore a tutti i tifosi di calcio italiani : il Ranking Uefa. Questo coefficiente che viene assegnato ad ogni nazione partecipante alle competizione europee, è calcolato sulla base dei 5 anni precedenti al corrente in questo modo:
1) Ogni squadra ottiene due punti per una vittoria e un punto per un pareggio (metà nelle qualificazioni e negli spareggi).
2) I club che raggiungono gli ottavi, i quarti, le semifinali o la finale della Champions League, o i quarti, semifinali o finale dell'Europa League, ottengono un punto extra per ogni turno.
3) Inoltre vengono assegnati quattro punti per la partecipazione alla fase a gironi di Champions e altri quattro per la qualificazione agli ottavi di finale.
4) Al termine di questo procedimento, la somma viene divisa per il numero di squadre che hanno preso parte alle due competizioni europee, e aggiunto il risultato al valore dei 4 anni precedenti.

Quest'anno l'Italia ha portato ai nastri di partenza 6 squadre: Juventus, Napoli, Milan, Lazio, Fiorentina e Udinese, perdendone già una nel non troppo complicato terzo turno preliminare di Europa League; eh già, purtroppo, anche quest'anno la squadra friulana ha lasciato anzitempo la seconda competizione continentale, probabilmente per mancanza di motivazioni o per un pizzico di sfortuna ( lo Slovan Liberec non ci ha fatto questa grande impressione).

Questa è la classifica di base di quest' anno delle prime 6 nazioni:

pos.       nazione                                08/09        09/10        10/11        11/12        12/13         punti      
1SpagnaSpagna13.31217.92818.21420.85717.71488.0257
2InghilterraInghilterra15.00017.92818.35715.25016.42882.9637
3GermaniaGermania12.68718.08315.66615.25017.92879.6147
4ItaliaItalia11.37515.42811.57111.35714.41664.1476
5PortogalloPortogallo6.78510.00018.80011.83311.75059.1686
6FranciaFrancia11.00015.00010.75010.50011.75059.0006
Seguono Ucraina, Russia, Olanda e Turchia a più di 10000 punti dalla Francia.
Notiamo quindi una altissima improbabilità per l'Italia di ritornare al terzo posto e quindi riportare 7 squadre nelle coppe, al contrario è necessario (per restare al quarto posto di questa classifica) ottenere almeno circa 500 punti in più del Portogallo, e non farne circa 5000 meno della Francia.
Il Portogallo portava esattamente le nostre stesse squadre, ma il Pacos De Ferreira, qualificato agli spareggi di Champions, è retrocesso in Europa League e lo Sporting Braga è stato eliminato dai rumeni del Pandurii abbastanza clamorosamente.
La Francia è riuscita in un impresa ancora peggiore, rimanendo con i soli PSG e Marisglia in Champions, e con Lione e Bordeaux in Europa League.

Europa League 

Lazio e Fiorentina partono come teste di serie e con due gironi estremamente abbordabili.
Girone E: Fiorentina, Dnipro (Ukr), Pacos De Ferreira (Por), Pandurii (Rou)
Girone J: Lazio, Trabzonspor (Tur), Legia Varsavia (Pol), Apollon (Cyp)

Le 3 squadre portoghesi appartenevano alla terza fascia quindi a meno di colpi di scena, potrebbero uscire al primo turno.
Le 2 francesi (di prima fascia) invece si presentano a questa Europa League come squadre da temere e rispettare visti i loro recenti percorsi europei.

Champions League

Le portoghesi, teste di serie, ricevono un aiuto dalle urne finendo in 2 gironi che molto probabilemente passeranno (qualche difficoltà in piu per il Porto)
Il Psg ha avuto fortuna e potrebbe fare la mattatrice del girone C, mentre il Marsiglia, finito nel girone F con Dortmund, Napoli e Arsenal non è sicuramente tra le favorite.
Milan e Juventus, di seconda fascia, si troveranno di fronte due gironi difficili (più il Milan) ma hanno le possibilità di ottenere un biglietto per la fase a eliminazione diretta.

Trovo in conclusione, che nonostante l'eliminazione dell'Udinese, questo sarà un anno positivo per le italiane in Europa e la volta buona per rimettere qualche punto in piu nella classifica ranking tra noi e le nazioni sopraccitate.

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sabato 31 agosto 2013

L'eleganza del mite. La storia calcistica di Dennis Bergkamp

Il sogno divenuto realtà di Dennis
Il 10 marzo del 1969 nasce ad Amsterdam il figlio di un elettricista con la passione per il calcio. Il padre fa di cognome Bergkamp e milita come amatore nelle leghe dilettantistiche olandesi. In onore di Denis Law, calciatore scozzese, chiama il figlio Dennis (la doppia “n” viene impiegata per rendere il nome più neerlandese e perché l’anagrafe olandese non accetta il nome Denis). Il piccolo gioca nei sobborghi di Amsterdam, mentre i suoi genitori si spezzano la schiena per mantenere la famiglia ed aspirare ad una posizione sociale più elevata. Quando Dennis compie 11 anni , è il 1980 e riceve una chiamata dall’Ajax. Il ragazzo entra nel fiorente settore giovanili degli Ajaced. Le qualità indubbie del ragazzo portano l’allenatore Cruijff a gettarlo nella mischia del calcio che conta al più presto: nel 1986 fa il suo esordio contro il Roda JC, partita vinta dall’Ajax 2-0. Il primo gol da professionista arriva nel febbraio del 1987, contro l’Haarlem. Il mite Bergkamp giocherà 23 partite in quella stagione, esordendo anche in Europa. La sua carriera prende ironicamente il decollo ( ironicamente sì…), con l’Ajax vince e convince, viene insignito di vari titoli individuali e di squadra, domina in patria ed è temuto al di fuori dei confini olandesi. Nel 1992 vince la Coppa Uefa contro il Torino, nello stesso anno vince il premio “Giocatore olandese dell’anno”. Nel 1993 decide di lasciare Amsterdam, dopo 185 partite e 103 reti.
Tutta la grinta di Dennis Bergkamp
Il silenzioso olandese arriva nella Milano neroazzurra, per una cifra intorno agli 8,5 milioni di €. L’innocenza di un 24enne con i piedi buoni viene stroncata di lì a poco. Il calcio italiano è molto diverso da come Dennis se lo aspettava, trucchetti fisici e mentali sono all’ordine del giorno, la pressione della stampa insostenibile. L’olandese è introverso, parla con pochi, solo con il compagno di nazionale Jonk. Lo status psicologico si riversa sull’andamento del calciatore in campo. Bergkamp non incide, sembra aver paura. L’Italia non gli piace, dopo due anni decide di cambiare aria, basta qui non se ne può più. Nel 1995 lascia lo stivale per l’Inghilterra, in due anni gioca 52 match e va a segno 11 volte. Il popolo neroazzurro lo ricorderà per sempre come un bidone, senza personalità, ma Dennis è solo chiuso in sé stesso, non ha paura, vuole solo giocare. Il campo parlerà per lui.

Il "nostro" Dennis piuttosto impaurito

L’Arsenal lo accoglie a braccia aperte, a dire la verità Rioch, tecnico dei Gunners, lo aspetta circa 3 giorni con gli arti spalancati, ormai ha il mal di schiena. Bergkamp stenta ad arrivare perché è in viaggio in corriera; un po’ scortese da parte sua visto la posa scomoda dell’allenatore scozzese, è quanto meno da denuncia far venire la sciatica al proprio mister per cocciutaggine. Quello di Dennis però non è sadismo verso i sessantenni, semplicemente l’olandese non prende l’aereo per paura: durante i mondiali statunitensi del 1994 qualche buontempone compagno di nazionale gli gioca un brutto tiro: c’è una bomba sull’aereoplano, qualcuno grida. Dennis va in panico e da lì hanno inizio i suoi problemi con il volo. Aereofobia è il termine scientifico, questa paura, non desueta nei Paesi Bassi, ne limiterà la carriera, le trasferte in giro per l’Europa saranno un incubo per lui. La carriera di Bergkamp sembra aver preso la più sbagliata delle pieghe. L’olandese però reagisce, nel 1998 arrivano Premier League, F.A. Cup e Community Shield, “The Not-Flying Dutchman” è il migliore dei suoi, adora giocare insieme a Ian Wright, con Wenger in panchina poi la squadra assume una dimensione internazionale. L’alsaziano esalta le doti del ragazzo di Amserdam, gli affianca Anelka, Bergkamp si trova bene con l’eccentrico Nicolas, ma la stella dei Gunners sceglie Madrid. Francese per francese, arriva dall’Italia uno scarto della Juventus, si chiama Henry. Il dado è tratto e la storia farò il suo decorso, nascerà da quella coppia una squadra fenomenale, Overmars, Seaman, Adams, Pires e Petit (solo per citarne alcuni…). L’Arsenal del leader francese Henry e del pacato olandese Bergkamp, entrambi scarti di un calcio italiano troppo narciso per dare una seconda chance, è temuto in ogni dove. Nel 2004 l’apoteosi di una squadra senza eguali, 49 partite senza sconfitta. La carriera di Dennis però si chiude in lacrime, i Gunners perdono la finale di UEFA Champions League contro il Barcellona di Rijkaard. 315 partite, 87 reti ed innumerevoli assist. Il ruolo di seconda punta è la sua dolce fine, gioca con intelligenza sublime, dotato di un calcio vellutato di interno destro, imprendibile, leggero ed elegante. 
Gli scarti più amari della Serie A
In nazionale il discorso non cambia: nel 1998 segna una rete da brividi allo scadere contro l’Argentina, portando la sua Olanda in semifinale, successivamente persa ai rigori contro il Brasile. La rete di Dennis è divenuta uno spot del calcio, ogni olandese ha in mente quella perla e Ayala che dopo la finta del centravanti va a prendersi un caffè nel peggior bistro di Parigi. Riguardare quella rete fa venire ancora i brividi, da occhi lucidi e nostalgia verso un campione che purtroppo non calca più l’erba di Highbury, anche perché le mura del vecchio stadio dei biancorossi sono dei muri portanti di una serie di condomini. Dennis Bergkamp si ritira e porta via con sé lo stadio, che beffa. Nello stesso anno una doppia perdita per i Gunners, infatti non è un caso che un appartamento di questi condomini sia divenuto un centro di cura per nostalgici tifosi dell’Arsenal, i pazienti si siedono davanti alla finestra e sospiranti osservano qualche tracagnotto infermiere simulare le reti del numero 10 laddove c’era Highbury fino a poco tempo fa. Si narra anche che Wenger dopo gli acquisti di Gervinho e Arshavin si sia documentato per un eventuale ricovero nel suddetto ospizio.




Qui termina la carriera da calciatore di Bergkamp, giocatore silenzioso, “senza palle” diviene il simbolo di chi fa parlare sempre il campo, introverso gioca per gli altri, non per sé. Pecora in spogliatoio, leone nel rettangolo di gioco. 



martedì 27 agosto 2013

"Caledonia Man" e il poco promettente pugile Adem. Pionieri di sé stessi

1998 – Finale della Coppa del Mondo: Francia 3 – 0 Brasile. Questo è il punto di partenza della nostra avventura.
Il berbero Zidane alza la Coppa al cielo

Il mio primo ricordo calcistico è la rete allo scadere di Emmanuel Petit. La Francia è in festa, la gente prende il proprio gallo portatile e per la gioia lo spenna(sì, nella nazione dello Champagne ognuno porta con sé un gallo allo stadio). Però nonostante il grande gaudio nessuno schiamazza, perché in Francia sono un po’ tutti mimi e le persone preferiscono esultare facendo finta di scendere le scale. Al di là della facile ironia, quella finale la gioca da protagonista un tizio della Nuova Caledonia (nuova che?), il personaggio in questione è Karembeu (sì, quello con la moglie da urlo). Christian Karembeu però non canta la marsigliese, il bisnonno Willy arrivato in Europa dalla suddetta Nuova Caledonia fu oggetto di una mostra coloniale francese del 1931 come esponente di una fantomatica tribù di cannibali. L’orgoglio di Christian per le sue radici lo ha portato a questa drastica decisione. Atto ammirevole a mio avviso. Recentemente è uscita la sua biografia ed è un orgoglioso esponente del calcio oceanico nelle manifestazioni internazionali. Attualmente il nostro Christian lavora come talent scout per quel strano alsaziano con la passione per i bambini denominato Wenger.

Chrstian Karembeu

Christian Karembeu non è il solo. Il talentino Ljajic ha scatenato le ire di Sinisa Mihaylovic per non avere cantato l’inno serbo prima di un match. In Serbia non si tollerano atti di questo tipo, è un lampante scempio alla nazione. I media italiani hanno passato un po’ in sordina la notizia, preferiscono parlare della “Street Fight” fra Adem e Delio Rossi. “Ljajic non canta l’inno? È sempre il solito, non impara mai…” Le motivazioni dietro questo rifiuto sono invece più serie, il viola apparitene ad una minoranza islamica della Serbia, non prende parte al cerimoniale dell’inno perché i nazionalisti serbi hanno perseguitato il suo popolo. Ljajic ha perso la nazionale per questo. La scelta gli fa sicuramente onore.

Ljaijc alla vista di Delio "Tyson" Rossi
Il tizio con le treccine della Nuova Caledonia e il ragazzino che si è fatto picchiare da Delio Rossi, antieroi di chi mette in prima posizione le proprie radici. Prima di cantare l'inno vai a chiedere a tuo bisnonno se è stato rinchiuso in una cella da esposizione.